Ricostruita dopo il sisma del 1693, accorpando i titoli di due precedenti luoghi di culto, secondo la tradizione agatina venne edificata originariamente sul luogo in cui Sant’Agata subì il martirio del fuoco, la cosiddetta “fornace” di carboni ardenti e cocci di vasi infranti. Tale tradizione viene supportata dalla collocazione geografica della chiesa, immediatamente all’esterno dell’anfiteatro romano.

All’interno sono da vedere uno splendido altare in marmi policromi, che racchiude una “memoria” della fornace, di età medievale o settecentesca, e un grande dipinto di Giuseppe Barone, che rappresenta appunto l’esecuzione di Sant’Agata.

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